RIVOLUZIONE FISCALE COME DOVREBBE ESSERE LA FISCALITA' DELLO STATO

FLAT - TAX LA NUOVA ERA DEL PENSIERO LIBERAL-CAPITALISTA.


LA FLAT - TAX PORTA MATEMATICAMENTE L' AUMENTO DELLE IMPOSTE INDIRETTE:
LA NUOVA ERA DEL PENSIERO LIBERAL-CAPITALISTA.  LA NUOVA TRATTA DEGLI SCHIAVI
La Costituzione Italiana all'articolo 53 recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

 Questo sta a significare che la spesa pubblica (servizi essenziali come sanità, istruzione, ecc.) si finanzia tramite conferimenti dei cittadini che, secondo la Costituzione, devono basarsi sulla capacità contributiva dei cittadini stessi, ovvero sul loro livello di benessere economico. Al crescere della capacità contributiva è, necessario che cresca, non soltanto l’imposta in valore assoluto, ma anche l’aliquota fiscale, cioè la percentuale di imposta da pagare. Solidarietà sociale è l’unica possibile interpretazione della parola “progressività” espressa nel secondo comma dell’articolo 53: più si è ricchi, più deve crescere la quota di reddito da versare come imposta allo Stato, affinché questo possa elargire i servizi essenziali di sua competenza.

L’IRPEF (imposta personale sul reddito), nata nel 1974, è in parte riuscita a modellare quella forma di imposizione progressiva, così definita, a suo tempo, dai padri costituenti. Nata in un clima sociale e politico che cercava di ridurre le disuguaglianze sociali generate dal capitalismo, e che, per questo ebbe un appoggio politico trasversale, prevedeva 32 scaglioni, con aliquota del 10% per i redditi più bassi e del 72% per i più alti, con una evidente distanza tra i primi scaglioni (redditi bassi) e gli ultimi (redditi alti).

Il primo risultato dell’Irpef fu quello di sgravare parzialmente le imposte indirette, che incidono sui consumi e quindi colpiscono a pioggia senza far distinzione tra povero e ricco, e ribaltare il gettito su quelle dirette, imposta sul reddito, ottenendo, così, un effetto redistributivo della ricchezza dai più ricchi ai più poveri.

Ma a partire dalla metà degli anni ’80, e con una forte accelerazione nel decennio successivo, una tale progressività è stata pian piano ridotta all’osso: sono stati ridotti gli scaglioni e quindi anche la distanza esistente tra di loro e, particolarmente, anche lo scarto di imposta pagata.

Inoltre, per ovviare al minor introito in termini di imposte dirette, si sono avuti continui aumenti delle imposte indirette. Un esempio? L’IVA, tanto amata dalla UE, che quando è nata, nel 1972, era del 6% e oggi è il 22% per la maggioranza dei beni di consumo. Ed è sempre 22%, sia che tu sia molto ricco o molto povero. Imposta questa a forte spirito regressivo, anziché progressivo, perché in termini di percentuale di reddito speso, un povero consuma una parte più elevata del suo reddito rispetto ad uno ricco (se una persona guadagna 1.200 € e ne spende 120 per comprare una cosa, ha speso il 10% del suo reddito ma se ne guadagnasse 12.000 la sua percentuale sarebbe dell’ 1%, ma l’imposta pagata è la stessa).

L’erosione della capacità di acquisto e di contribuzione al reddito nazionale dei redditi da lavoro dipendente, infatti, è stato calcolato da CGIA Mestre che non è andata tanto a beneficio dei redditi da capitale, bensì è stata dovuta all’aumento delle imposte indirette: nel 1981 incidevano per il 6% del reddito nazionale nel 2010 per il 15,9%.

Se si tiene, quindi, conto di tutti gli effetti derivanti dalla mutata incidenza delle imposte indirette (che sono aumentate) rispetto a quelle dirette (che sono diminuite ma solo per i redditi più elevati), ne consegue che i redditi da lavoro bassi e medi sono quelli più tartassati nel sistema fiscale attualmente in vigore, mentre i redditi da capitale e, in genere, i redditi più alti hanno avuto da 30 anni a questa parte, una vieppiù progressiva riduzione del carico fiscale.

A questo punto si innestano le sciagurate teorie dell’attuale ministro dell’Economia, Giovanni Tria, forzista ed ex collaboratore di Brunetta, secondo cui il sistema fiscale italiano deve spostarsi verso una tassa unica (flat-tax) sui redditi e recuperare il mancato gettito aumentando le imposte indirette (la balla del recupero con la crescita del PIL è sotto gli occhi di tutti). Come dire diminuiamo le tasse ai più ricchi e facciamone pagare di più ai ceti medi e poveri. Con l’insolenza di chi “tanto si deve fare come dico io”, lui e chi gli da retta, sostengono che in tal modo i più ricchi, avendo più risorse a disposizione, investiranno di più creando posti di lavoro e rilanciando l’economia e i consumi!

A parte la considerazione che questa cosa somiglia tanto alla ripartizione “a te le briciole e a me la torta”, se non alla tratta degli schiavi “io guadagno e tu lavori”.

La signora parlamentare che racconta del tassista che le ha detto ”che me ne frega se taglia le tasse ai ricchi, l’importante è che le riduce a me”, non ha spiegato al tassista che i soldi che non versa in imposte dirette, glieli riprenderanno, con la maggiorazione, con quelle indirette. A parte che il sig. Tria lo ha già detto che vuole, prima o poi, portare l’IVA al 25%: lo Stato i soldi o li prende dalle imposte dirette o dalle indirette! Ma queste tesi sono soltanto una reintroduzione del principio liberal-capitalista “quello che mi avanza lo brucio”!

Due numeretti per capire chi risparmia di più:

Reddito in €

Ora paga

Con Flat Tax

Minore imposta

30.000

7.720

4.050

3.670

80.000

27.570

12.000

15.570

1.000.000

423.170

200.000

223.170

50.000.000

21.493.170

10.000.000

11.493.170

100.000.000

42.993.170

20.000.000

22.993.170

 

Inoltre, non tengono assolutamente conto di due variabili essenziali: 1) La marginalità della propensione ad investire dell’imprenditore e 2) la marginalità della propensione all’acquisto dei consumatori o, inversamente, della propensione al risparmio.

È noto che la propensione marginale ad investire, rispetto al denaro, di un imprenditore, non dipende dalla quantità di soldi di cui dispone, ma dalla previsione della capacità del mercato ad assorbire il nuovo bene o servizio, o l’aumento della produzione dello stesso. In tal modo la vendita del prodotto comporterà un utile per l’imprenditore che vedrà ripagato l’investimento effettuato. La vendita dei beni prodotti, però, dipende dalla propensione marginale all’acquisto dei consumatori, e questa è ancor meno proporzionale alla quantità di denaro posseduto, particolarmente in momenti di crisi. E’ vero, infatti, che in tali periodi, particolarmente per chi difficilmente arriva a fine mese, si preferisce tendenzialmente a risparmiare. Ragion per cui, l’eventuale risparmio di imposta, che, nota bene, nelle classi medio/povere sarebbe, peraltro, frazionario, nella maggior parte dei casi non comporterebbe un aumento dei consumi rilevante. E questo gli imprenditori lo sanno bene, con la conseguenza che il loro risparmio di imposta si tradurrebbe non in nuovi investimenti produttivi ma in un più marcato ricorso ad investimenti di carattere finanziario, se tutto va bene in territorio nazionale o, peggio, in uno dei paradisi fiscali esistenti.

La conseguenza più immediata sarà che anche gli introiti per imposte indirette da parte dello Stato si ridurranno. La riduzione anche degli introiti per imposte dirette come risultato della minor tassazione, è già in conto e, quindi, lo Stato non avrà più denaro per garantire i servizi essenziali (che sono l’unica ragione per cui uno stato ha motivo di esistere), pagare le pensioni, gli stipendi e non potrà assumere ecc. ecc. Questo contrarrà ulteriormente i consumi, con ripercussioni anche sulle vendite dei privati. L’immediata conseguente riduzione dei posti di lavoro, e non già il loro aumento, risulta lampante. Non solo, ma non potrà fare investimenti, con uno stop all’economia complessiva del paese. E il PIL? C’è anche la spesa dello Stato!

Vogliono fare la flat tax solo perché è più semplice (da vedere perché con tutte le deduzioni ecc. ecc.)? No? Per diminuire la pressione fiscale? Bene, allora utilizzino le stesse aliquote per fare una flat-tax aggiuntiva che comprenda anche il gettito delle imposte indirette con contemporanea cancellazione di quelle esistenti: 15%-20% per le dirette + 15%-20% per le indirette. Le imposte dirette e indirette producono pressoché le stesse entrate per lo Stato (248.450 €/milioni le dirette e 242.199 €/milioni indirette ISTAT anno 2016).

L’IVA? La UE? Per far contenta la UE, la si lasci, ma con una aliquota dell’1%. D’altronde aliquote differenziate in UE già esistono.

REVISIONE DEI CONCETTI DI STATO SOCIALE E PUBBLICA UTILITA’


Uno Stato che ha come obiettivo primario la riduzione della spesa pubblica non è in grado né di garantire la massima qualità possibile dei servizi, né la riduzione della spesa statale stessa.

Uno Stato che cerca di trasferire ad una logica di profitto i SERVIZI ESSENZIALI, che SONO L'UNICO MOTIVO PER CUI LO STATO ESISTE, non ha alcuna ragione di esistere.

Lo Stato deve rappresentare la capacità collettiva ad agire nell'interesse comune, e di ogni singolo in quanto parte dello Stato stesso: senza questa interdipendenza dei destini del singolo e della società nazionale nessuno Stato può definirsi tale.

Senza questa interdipendenza non esiste nessuna ragione per cui lo Stato debba chiedere ai cittadini di partecipare attraverso le imposte.

Lo Stato deve attivarsi in modo tale che su tutto il territorio nazionale esista la medesima qualità dei servizi essenziali. Non può costringere i cittadini a vivere in un posto anziché in un altro. Evidentemente con i dovuti distinguo, perché, spesso, è la persona che fa la qualità. Ma, a parte la presenza di particolari genialità, ci possono essere più persone che, messe nelle medesime condizioni, ottengono risultati pressoché identici.

L'imposta non è un problema tecnico. Si tratta di una questione eminentemente politica e filosofica, di certo innanzitutto politica. Senza imposte, non può esistere destino comune né capacità collettiva ad agire” . 

Se manca la capacità collettiva ad agire non possono esserci le imposte: sarebbero un furto continuato!

 Lo Stato deve assolutamente garantire tali servizi, con puntuale attenzione perché la mancanza di attenzione porta ad un divario sociale non accettabile.

Una mancanza di attenzione, poi, pone le categorie più deboli ancora più in giù nella scala del benessere individuale: si pensi, ad esempio, alle persone con disabilità.

Particolarmente su queste ultime non si devono porre accenti particolari perché sarebbe come diversificarle: sono cittadini, e quando parliamo di cittadini, parliamo di tutti i cittadini. Punto.

Lo Stato DEVE essere attento alle diverse necessità e operare, senza bisogno di sollecitazioni, a che TUTTI i cittadini abbiano la medesima possibilità di usufruire di TUTTI i servizi.

     I servizi essenziali:  Pensioni, Istruzione, Sanità, Comunicazione, Mobilità, Pane Quotidiano, Ambiente, Sicurezza e Giustizia

“Possibilità assoluta di usufruire dei servizi”: tutti, cioè, devono poter accedere ai servizi, indipendentemente dalla capacità contributiva individuale, senza alcun distinguo personale o geografico.

Sono servizi che, ogni democrazia ha sempre avuto alla base.

Oggi troppo spesso si cerca di indirizzare le gestioni dei servizi di pubblica utilità verso principi di imprenditorialità, con una sfrenata ricerca della capacità “reddituale”, senza tenere in considerazione quelle che sono le esigenze effettive della popolazione.

E invece no: costino quel che serve!